giovedì 23 agosto 2012

Adam Sevani torna a ballare in "Step up4 revolution"

Pronti a scendere in pista con il nuovo ed entusiasmante episodio della saga "Step Up": STEP UP 4 REVOLUTION. Diretto da Scott Speer, la pellicola ha come protagonisti Ryan Guzman e Kathryn McCormick, e conta sulla partecipazione di Peter Gallagher, che tutti noi conosciamo come Sandy Cohen in The O.C. e Adam Sevani che anche in questo episodio vestirà i panni dell'indimenticabile Muso, il ragazzo che con la sua gaiezza,la sua simpatia e i suoi passi di danza, ci ha affascinato per gli ultimi due film. A differenza dei primi tre film, prodotti dalla Touchstone Pictures e distribuiti dalla Walt Disney Pictures, questo sarà il primo ad essere prodotto e distribuito esclusivamente dalla Summit Entertainment senza l'influenza della Touchstone. 

Trama:  Emily (Kathryn McCormick), figlia di un attivissimo uomo d'affari, si trasferisce a Miami con la speranza di diventare una ballerina professionista, ma si innamora di Sean (Ryan Guzman), un ragazzo a capo di un gruppo di ballerini che inscena elaboratissimi flash mobs per la città. La crew, chiamata the MOB, punta a vincere un torneo di ballo che mette in palio un'opportunità di sponsor, ma il padre di Emily (Peter Gallagher) è interessato a comprare lo storico quartiere dove essi si esibiscono. Emily, insieme Sean ed i MOB, deciderà di organizzare una protesta fatta di sola danza, nella quale metterà in ballo i propri sogni lottando per una buona causa.

Trailer italiano:

Con le musiche di Aaron Zigman, la colonna sonora di Jennifer Lopez e Flo Rida, e le strabilianti coreografie di Travis Wall, tenetevi pronti e non perdetevi questo altro episodio di "Step Up".

Recensione "I Tudors" - seconda stagione

"Brava gente cristiana, io sono venuta qui a morire rispettando la legge e rimettendo me stessa alla volontà del re, mio signore. E se nella mia vita ho mai offeso la grazia del re, di sicuro con la mia morte farò adesso ammenda. Io prego e imploro tutti voi di pregare per la vita del re, il mio e il vostro sovrano e signore, che è uno dei migliori principi sulla faccia della Terra e che mi ha sempre trattato con benevolenza. Per cui io mi sottopongo alla morte volentieri e chiedo umilmente perdono a tutto il mondo. Se qualcuno dovesse accogliere la mia causa, chiedo solo di venire giudicata con clemenza. Così io mi congedo dal mondo e da voi. Desidero, con tutto il cuore che preghiate per me”. 

E’ con estrema dignità che ha termine una vita che l’Inghilterra, credo, possa vantare. La presenza di Anna Bolena sul trono d’Inghilterra non fu molto benevola: soggetta a sguardi colmi d’odio, voci sprezzanti e continui complotti. Durante la sua incoronazione, avvenuta nel maggio del 1533, si udirono pochi grida che invocavano “lunga vita alla regina”, anzi furono udite numerose risate di scherno e ingiurie contro la nuova 

regina e a favore di Caterina. Anna era odiata per molti motivi: prima di tutto, aveva umiliato pubblicamente l'amata regina Caterina d'Aragona, simbolo dell'integrità morale, dell’antica fede cristiana e dell'umiltà per tutti i sudditi. Inoltre, l'aver spinto Enrico a separarsi dalla Chiesa di Roma e dal papa poteva essere solo frutto di un potente e malefico sortilegio, poiché nessuna brava donna aveva mai fatto commettere azioni così scandalose ad un uomo, specialmente ad un re. Ciò faceva di Anna, agli occhi del popolo, una crudele e spietata strega. Nonostante tutto ciò, Anna camminò sempre a testa alta e con grande dignità, solo per l’amore verso il re. La sua sicurezza dipendeva da questo. Ma questa sicurezza non durò a lungo; infatti all’ottavo mese di gravidanza Anna ebbe un funesto litigio con Enrico il quale le disse che avrebbe dovuto chiudere gli occhi e sopportare le altre amanti come donne migliori di lei avevano fatto, alludendo a Caterina la quale aveva dovuto “accettare” che il re avesse numerosissime amanti. E nonostante tutto è stata condannata a decapitazione per aver giaciuto con “oltre cento uomini” come disse mastro Cromwell. Dopo aver sopportato i tradimenti di Enrico è stata lei stessa giudicata come adultera, portata sul patibolo e uccisa dal boia. Ma nonostante il dolore e l’approssimarsi della sua morta, Anna con grande dignità e amore ha supplicato il popolo di pregare per il suo re che è buono e giusto: La mia ammirazione nei suoi riguardi cresce a dismisura, per aver camminato sempre a testa alta e soprattutto per aver perseverato nell’amore del re anche quando quest’ultimo le aveva voltate le spalle.

Così come l’avevamo lasciata la serie continua a raccontare gli intrighi e gli scandali alla corte di Enrico VII, solo con un maggiore tasso di erotismo e violenza e  lasciando maggiore spazio ad altri personaggi. La seconda stagione si concentra molto sulla figura del segretario Thomas Cromwell, il quale ebbe un ruolo notevolmente importante per la Riforma: vediamo, infatti, Cromwell portare avanti l’abolizione dei monasteri, inoltre sostenne apertamente la volontà del re di liberarsi di Anna Bolena per poi unirsi in matrimonio con Jane Seymour, spinto dal fatto che la regina aveva avuto da ridire sulla gestione del denaro derivato dalla soppressione dei monasteri. Accanto alla figura di Cromwell appare quella del subdolo e calcolare Tommaso Bolena, uomo privo d’animo e sensibilità che assiste alla morte dei due figli senza fare una piega perché ciò che importa è il suo titolo di conte, null’altro.
Emozionante la scena della morte di Anna Bolena; nonostante fossi già abituata all’idea della sua morte, vederla è stato davvero commovente. Le sue parole mi hanno fatto salire le lacrime agli occhi, i flashback sul passato di Anna, mentre da bambina giocava con il fratello e il padre, che sembrava quasi umano, sono stati davvero il massimo dell’emozione. Sarò sincera, nonosante in questa seconda stagione, Anna Bolena sia stata dipinta come una poco di buono, io continuo comunque a stimarla e ad amarla, come donna e come regina. Ma in questa serie è venuta a mancare anche un’altra donna che mi aveva affascinata per la sua fede e la sua integrità morale: Caterina D’Aragona. La scena della sua morte e della lettera che aveva scritto per Enrico sono state davvero ben curate, fatte per suscitare la commozione degli spettatori. Sempre ottime le interpretazioni degli attori, notevole la scenografia e i dialoghi, riprese suggestive ed eccellente fotografia. Gli ambienti sono finemente ricostruiti e i costumi riprendono alla perfezione la moda del ‘500. Adesso aspettiamo di vedere come si sviluppa la storia, con Jane Seymour come nuova regina d’Inghilterra e in seguiro Anna Cleves. 

giovedì 2 agosto 2012

Recensione "La favola di Amore e Psiche"- Apuleio


C’era una volta un re, la cui figlia Psiche era talmente bella da attirare il culto dovuto alla dea Venere, fino a suscitare la gelosia e l’odio da parte di quest’ultima. Psiche, condannata per la sua bellezza, è destinata, sotto consultazione dell’oracolo Apollo, ad essere abbandonata su una montagna desolata dove dovrà prenderla in sposa un essere mostruoso, crudele e feroce tale da esser temuto dallo stesso Giove. Lì viene in seguito rapita da Amore, figlio di Venere il quale la deposita su una vallata fiorita: questo luogo ha le caratteristiche del locus amoenus, ovvero il paesaggio ideale (termine nato nella classicità, con Omero): il prato fiorito, gli alberi ombrosi, le sorgenti d’acqua cristalline ed il palazzo incantato, luogo dell’amore tra Psiche e Amore, alla quale Psiche accede con l’aiuto del vento Zefiro che con il suo soffio la deposita giù dalla rupe. All’interno di questo maestoso castello, Psiche trascorre numerosi notti a fianco di un essere a lei ignoto, poiché gli è stato ordinato di non guardare mai il volto di colui che giace accanto a lai la notte. Ma la curiosità è sempre presente nell’animo umano e una notte Psiche, spinta dalle due sorelle invidiose della sua bellezza e delle sue ricchezze, prende una lucerna per illuminare il volto del suo amante sconosciuto, sicura che le apparirà davanti lo sguardo di un serpente. Invece si ritrova davanti il bel volto di Amore: “vede il biondo capo e i fluenti capelli umidi d’ambrosia, vede sul collo bianco come il latte e sulle gote rosate le morbide ciocche di capelli sparse alcune sul petto, altre sulle spalle: dinnanzi a questa bellezza sfolgorante anche la stessa fiamma della lucerna sembra vacillare. Sulle spalle del dio alato splendevano piume morbide di rugiada sfolgoranti di sfavillante fulgore […]. Il resto del corpo era liscio e splendente e tale che la stessa Venere non poteva pentirsi di averlo generato. […] Così l’ignara Psiche per colpa sua fu presa dall’amore di Amore. Allora, sentendo crescere irresistibilmente dentro di sé la voluttà per il dio della voluttà, china su di lui con le labbra dischiuse prese a baciarlo e ribaciarlo con baci appassionati, senza freno, temendo solo che si svegliasse.”
La curiosità è l’origine della perdita. Come Orfeo che si volta a guardare Euridice, nonostante avesse promesso di non farlo fino a quando tutti e due fossero stati in salvo, ma il dubbio che la sua amata non lo stesso seguendo lo spinge a voltarsi indietro perdendola, così, per sempre. All’interno del romanzo apuleiano, la Metamorfosi, la favola di Amore e Psiche si colloca in una serie di avventure subordinate alla seria: colpa-pena-espiazione-felicità. Così come Lucio, l’uomo asino, Psiche cade nella colpa a causa di semplice curiosità, percorre un cammino di espiazione, paga per la sua leggerezza e culmina nella beatitudine del possesso eterno. L’intreccio amoroso che nel romanzo greco accompagna sempre l’elemento avventuroso-fantastico, è l’elemento conduttore attorno al quale si sviluppano le vicende avventurose, gli ostacoli e le prova a cui Psiche è sottoposta e che solo grazie all’esercizio di virtù a lei sconosciute, riuscirà a superare.
Dopo la perdita giunge la conversione. Dopo aver perso il suo amante, Psiche giunta ormai al punto più basso, dopo esser fallito il suo tentativo di togliersi la vita, inizia un rovesciamento psicologico che trasformerà la semplice e ingenua Psiche, in una donna che riuscirà ad escogitare un piano per raggirare le sorelle portandole alla morte. Solo a questo punto della favola Psiche impara ad amare: solo il desiderio di una conoscenza dell’altro rende potente l’amore e consente all’innamorato di affrontare qualunque difficoltà e qualunque ostacolo pur di riconquistare l’amato. Spinta da questo desiderio Psiche riesce ad affrontare con coraggio e volontà le prove che Venere le infligge e vincere la gelosia e l’ira della dea superba.
Ma se Psiche si fosse lasciata andare alle prodezze sessuale del suo amati senza aver voglia di capire che fosse, e se Orfeo avesse avuto la forze di non girarsi a guardare se davvero la sua Euridice lo stesse seguendo, allora queste narrazioni sarebbero diventate pilastri della letteratura? Ne dubito! Sarebbero rimaste pure e semplici narrazioni e non sarebbero state tramandate e di conseguenza, noi, non avremmo conosciuto la storia d’amore di Amore e Psiche. Con questi due esempi, così come quello di Lucio, la letteratura dimostra di esser fatta di curiosità e debolezza. Di aver bisogno di quel cedimento a prescindere che le cose vadano bene o male. Se quindi Orfeo non si fosse girato e Psiche non avesse osservato il volto del suo amante, allora non avremmo creduto alla forza del loro amore. Ed è per questo che forse che di questa favola, colpisce più la parte fatta di dolore e sacrificio e ci disinteressiamo del lieto fine. Almeno per me così è!

Quella di Amore e Psiche è una favola che tutti conosciamo, ma leggerla è sempre un piacere per la mente. Parlare di Amore sembrerà forse banale ai nostri giorni. Parlano tutti di Amore come se fosse un non-nulla e a volte mi chiedo se realmente esista questo sentimento o se è solo una parola priva di significato altamente usata per descrivere piccole infatuazioni e “cottarelle” dalla breve durata. Si sente parlare tanto di Amore e poi nessuno sa cos’è. Ma quando ho tra le mani storie come questa di Amore e Psiche, la speranza sembra riaffiorare. Quella di Amore e Psiche è una favola che rinchiude in sé tutti gli elementi della tradizione fiabesca popolare: linguaggio asciutto, breve, rapido. Direi Essenziale. Si perché ‘essenzialità’ è la parola-chiave di questa favola. Essenziale è il linguaggio, essenziale è il lessico, essenziale è lo stile, asciutto, minimale. I personaggi si definiscono attraverso le azioni e non attraverso i loro pensieri. Ma poiché essenziale non è sinonimo di povertà, questa favola non manca di commuoverti e appassionarti. Un amore essenziale, privo di smancerie ed effusioni, ma il coraggio di esporsi a pericoli per riavere l’uomo che si ama basta per rendere questa storia emozionante e a far battere il cuore.

Anno pubblicazione: 120 d.C.
Editore: Newton Compton
Voto complessivo: 5/5

martedì 31 luglio 2012

Recensione "Sognando te" Lisa Kleypas

Inghilterra XIX secolo. Sara è una giovane scrittrice, ingenua, pudica, chiusa nel suo piccolo paesino di gente umile e modesta e ignara del mondo che la circonda. Derek è un perverso e cinico giocatore, pericoloso, bello e dannato, incapace di amare. Un giovane proveniente dai bassifondi che, con astuzia, charme e peccato, ha saputo farsi strada tra l’aristocrazia di una Londra del ‘8oo. Ma quando Sara incontra Derek qualcosa cambia. Derek sa di essere diverso, sa di poter realmente amare questa minuta e ingenua fanciulla, con la sua dolcezza, la sua passione, e questo lo spaventa. Derek ha vissuto una vita circondato da amanti e prostitute, ma nessuna è mai riuscita a penetrare dentro la corazza che lo isola dai più nobili sentimenti che si celano nell’animo umano. Ma Sara è diversa. Sara sa che Derek ha bisogno di essere amato, di provare questo sentimento che gli è stato negato fin dalla nascita. Sarà proprio questa dolce e timida ragazza a dimostrare a Derek che non è tutto perduto e che il passato può essere cancellato.

Questo è il mio approccio con Lisa Kleypas, un’autrice negli ultimi tempi molto decantata. Molti sono coloro che hanno tessuto le sue lodi, dipingendola come la regina dei romanzi rosa. Quindi, fortemente affascinata da quest’autrice, decisi di provare a leggere qualche suo romanzo. Così scelsi quello che, a parere dei lettori, è uno dei suoi migliori romanzi. Non posso dire di esserne rimasa delusa ma avevo maggiori aspettative. Forse sbaglio, ma quando leggo un romanzo rosa, che sia harmony o romance, non posso fare a meno di paragonarli ai romanzi della Woodiwiss. Amo alla follia i romanzi della Woodiwiss, lo stile, le trame, le ambientazioni, i personaggi…Mi sorgono spontanei dei paragoni e proprio per questo non posso dare un giudizio particolarmente alto a questo romanzo. Mi aspettavo una storia più intrigante, più travolgente, che mi lasciasse senza fiato. Anche lo stile della Kleypas, ha qualcosa che mi convince poco. I dialoghi tra i due protagonisti si sono rivelati a volte troppo “XXI secolo”. Molte espressioni, molte battute erano poco adatte alle circostanze. Per quanto riguarda i due personaggi devo dire che sono ben caratterizzati. Sara è un personaggio un po’ strano; a tratti si mostrava come una verginella pudica, educata con sani principi e grandi ideali. Altre volte cambiava completamente aspetto. Ho notato alcune contraddizioni nei suoi atteggiamenti.
Derek si considera una persona egoista, in realtà ha più cuore di quanto voglia far credere. L’eroe del romance è sempre tormentato da i fantasmi del passato e quelli di Derek sono ancora vivi e brutali. Nessuno può biasimare Derek, nessuno lo condanna per la sua ingordigia di potere, di ricchezza, di donne. E’ imperfetto ma comunque plausibile, la sua esagerazione cinica sappiamo da dove proviene e ciò lo giustifica. L’infanzia tremenda, la crescita tra le difficoltà, l’ha indurito nei confronti della vita. Il fatto che la sua fortuna si basi sul sacrificio, su anni di vita peccaminosa fa sì che Derek creda che tutto abbia un prezzo, che si possa comprare ogni cosa, eppure subisce il fascino di Sara tanto da sentirsi inadeguato e sudicio di fronte a Sara che rappresenta la purezza.

In conclusione un libro carino, che consiglio come lettura estiva, per nulla impegnativa. Storia abbastanza semplice, forse troppo ma ideale per staccare un po’. Consiglio di leggerla agli amanti del genere che potrebbero apprezzare la lettura.

Anno pubblicazione: 1994
Editore: Mondadori 

Voto complessivo: 3.5/5

sabato 28 luglio 2012

Recensione "Il curioso caso di Benjamin Button"

Il tempo attraversa inesorabilmente le vite degli esseri umani; non c’è modo di sfuggirgli. La vita è una continua lotta contro il tempo. Il tempo scorre sulle vite dell’uomo in un lento percorso che culmina con la vecchiaia. Tutti invecchiamo. Tutti lasciamo che il tempo scorra sul nostro corpo, sulla nostra anima, sulla nostra vita. Tutti meno uno. Benjamin è il suo nome. Benjamin è nato in circostanze singolari. Benjamin è diverso da ogni altro bambino. Ogni bambino affronta il tempo, lotta contro di esso ma poi invecchia. E’ inreversibile. Ma Benjamin è diverso. Benjamin sfida il tempo, lo inganna e lo capovolge. Benjamin è nato “vecchio”. Il tempo attraversa la vita di Benjamin in senso opposto al consueto , costretto a ringiovanire man mano che cresce , ripercorrendo a ritroso le fasi della sua evoluzione fisica. Viene colpito dall’alzaimer a soli due anni di vita e il suo viso si ricopre di acne a settanta. Ma durante la sua vita Benjamin compie le esperienze dovutegli dalla vita. Vuole conoscere il mondo, viaggiare, scoprire, imparare, incontrare nuove persone. Ma Benjamin non riuscirà mai a incontrare realmente qualcuno, perché l’età gioca a suo sfavore. Se non ci fosse Daisy. La loro storia si evolve a un ritmo particolare, fragile e perfetta come può esserla solo quella tra persone affini che si incontrano a metà strada, mentre l’una si incammina verso la vecchiaia e l’altro marcia verso la giovinezza. Puoi vivere una vita partendo dalla fine o dall’inizio: puoi accusare il peso della vecchiaia, l’indebolimento delle forze psico-motorie e osservare tutte e persone più care scomparire. Ma puoi vivere la vita dall’inizio, ignaro di ciò che ti circonda, privo della percezione delle cose del mondo. E’ allora non cambia nulla. E’ solo nella parte centrale della tua esistenza che la vita si manifesta completamente.


“Per quel che vale... non è mai troppo tardi, o nel mio caso, troppo presto per essere quello che vuoi essere. Non c'è limite di tempo, comincia quando vuoi... puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo, possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio. Spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa vedere cose sorprendenti, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa delle tua vita e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero.”

Il film s’ispira al racconto di Francis Scott Fitzgerald “Il curioso caso di Benjamin Button”, ma David Fincher innalza un vero monumento alla vita, alla morte e soprattutto al tempo. Una regia perfetta ed equilibrata, accompagnata da una scenografia eccelsa e da una fotografia elegante e sublime. A tratti si ha l’impressione che Fincher sostituisca la sua cinepresa con un pennello e si ha l’impressione di ritrovarsi tra la cornice di un dipinto. La sua regia è elegante e molto semplicente, confacente alla linearità della storia. Riesce a esaltare i momenti più poetici, più delicati della storia, quali le scene di danza, le scene più romantiche, come gli incontri tra Benjamin e Daisy. Nonostante la sua semplicità, la regia di Fincher è da ritenersi superba. La regia è accompagnata dalla magistrale interpretazione di un Brad Pitt diverso, ora ottantenne, ora meno che ventenne. Diamo la giusta importanza al trucco e agli effetti speciali che hanno contribuito notevolmente nella pellicola, ma Brad Pitt in questo sceneggiato è a dir poco superlativo. Ogni inquadratura ti regala qualcosa; anche nel silenzio Brad Pitt riesce a comunicare con lo sguardo, con il sorriso. Accanto a Brad Pitt si affaccia la figura di una eterea e candida Chate Blanchett sempre più bella, sempre più elegante, offre al pubblico una magnifica interpretazione, sia essa giovane o vecchia, dolce, disillusa, forte e coraggiosa. Un cast di tutto rispetto.

“Non è mai troppo tardi per essere quello che decidi di essere”.

Con questa frase ecco svelato il messaggio di questa pellicola. Non importa se vivi la tu vita partendo dalla fine o dall’inizio. L’importante è il modo in cui vivi la tua esistenza. E non importano gli errori che compirai nel tuo percorso; non importa il tempo che impiegherai per capire chi sei; puoi decidere chi sei, cambiare idea il giorno dopo e ricambiarla ancora; non c’è un limite di tempo; ma se ti accorgi di aver sbagliato, di non aver ancora trovato la tua identità, l’importante è avere la forza di ricominciare da zero e vivere tutto dall’inizio.



Voto complessivo: 5/5

giovedì 26 luglio 2012

La tradizione del tè delle cinque

Se nessuno al mondo sa fare il caffè come noi italiani, è senz’altro vero che il tea fatto in Inghilterra non ha eguali. Senza dubbio un rito che non si trascura mai a Londra. In tutta la Gran Bretana al tè vengono dedicati ben tre momenti della giornata: breakfast, high-tea e afternoon teà. Il breakfast è la colazione, ben ormai, in cui il teà viene accompagnato da pane tostato, uova e bacon, formaggio burro e marmellata. L’high teà ha invece una storia più complessa: all’epoca della regina Vittoria era la cena, alla fine del XIX secolo era l’abbondante merenda delle occasioni speciali. Oggi invece precede la cena e lo si pregusta nel tardo pomeriggio della domenica o dei giorni festivi. Ma è l’afternoon teà a detenere il primato come il rito più in voga degli ultimi tempi, il teà dellle cinque. La nascita di questa tradizione si attribuisce alla Duchessa Anna Maria, moglie del settimo Duca di Bedford, la quale era abituata a intrattenere i suoi ospiti con degli spuntini pomeridiani nella sua tenuta a Woburn Abbey. L’usanza degli inglesi di prendere il tè alle 5 pare sia nata con Anna Maria Stanhope, duchessa di Bedford, che per superare lo stacco tra pranzo e cena prese l’abitudine di consumare la bevanda con i biscotti a metà pomeriggio. Se prima si faceva portare una teiera e dei dolcini quasi di nascosto, poi cominciò a fare dei veri e propri inviti alle altre dame di compagnia della regina Vittoria, facendo di questa abitudine un vero e proprio rito. Il té delle cinque inglese era un evento da benestanti aristocratici e borghesi, perché tutti gli altri bevevano tè a qualsiasi ora del giorno e non necessariamente di buona qualità, quanto piuttosto per tenersi su con la teina.



Il tipo di tè più appropriato per il consumo pomeridiano era il Darjeeling, proveniente dall’India, di solito servito al naturale o con limone, ma non con il latte.
L’acqua veniva fatta riscaldare in un bollitore e poi passata nella teiera, dove era fatta girare per intiepidirla tutta. Poi veniva versata di nuovo nel bollitore per essere scaldata ancora. Nel frattempo il tè in foglie veniva messo direttamente nella teiera, nella misura di un cucchiaino per ogni commensale e uno per la teiera stessa. Questa veniva poi riempita d’acqua e tenuta calda con una copertina speciale per diversi minuti.
L’infuso veniva poi filtrato sopra la tazza con un apposito colino.
Il rito del tè vittoriano prevedeva anche altre diverse regole, ad esempio il piattino doveva essere sempre appoggiato sul tavolo o sulle ginocchia e la tazza avvicinata alla bocca per bere ad ogni sorsata e poi appoggiata di nuovo sul piattino. Il tavolo che accoglieva teiera e tazze doveva ospitare anche i piattini con i biscotti secchi e al burro, il pane e marmellata, le varie pietanze salate come prosciutto e formaggio ed altre bevande quali limonata e cioccolata.

Servire cioccolata e tè con la panna era stato di gran moda in epoca georgiana per poi passare come gesto frivolo e poco elegante nel periodo Regency. Era anche poco elegante mangiare troppi biscotti o dolcetti o mettere troppo zucchero.Il servizio da tè era una delle cose da cui si giudicava una padrona di casa.
Esisteva una svariata gamma di tazze per ogni occasione della giornata: tazze da colazione, da tè pomeridiano, da caffè, da dopo cena e da tè dopo cena. Bisognava fare attenzione a quali si sceglievano e farlo con giudizio, un errore in questo campo suscitava l'indignazione delle altre ospiti. In mancanza di tazze, era considerato molto sconveniente utilizzare quelle di un altro servizio: una padrona di casa accurata non si sarebbe mai lasciata cogliere da questi fuori programma, avrebbe sempre saputo quante tazze da tè aveva a disposizione e quante ne poteva usare, invitava quindi di conseguenza gli ospiti.




Coco Chanel - Una vita per la moda

Quest’oggi, nella rubrica Vite Passate, vi porterò indietro nel tempo, quando lo stile era ancorato a eleganza, quando la moda era all’ apice della raffinatezza, quando la donna nella sua femminilità veniva associata alla grande Coco Chanel. Coco chanel è stata una grande stilista francese capace con la sua opera di rivoluzionare il concetto di femminilità e di imporsi come figura fondamentale del fashion design e della cultura popolare del XX secolo. Gabriel Chanel, in arte “Coco” nasce in un ospizio di poveri a Saumur in Francia, il 19 agosto 1883 da Henri-Albert Chanel e Jeanne DeVolle. La bambina viene concepita al di fuori del vincolo matrimoniale.In seguito alla nascita dell'ultimogenito, la famiglia trasloca a Brive-la-Gaillarde, dove Jeanne, probabilmente spossata dalle gravidanze, si ammala e muore in seguito a una febbre accompagnata da un attacco di asma. In seguito alla morte della moglie, Albert prende con sé i figli per abbandonarli nuovamente presso la residenza della propria madre, a Vichy. La donna non poté occuparsi personalmente dei bambini e Lucien e Alphonse vengono quindi mandati a lavorare presso un'azienda agricola. Le tre sorelline Chanel, invece, vengono affidate alle suore della congregazione del Sacro Cuore, presso l'orfanotrofio di Aubazine. Compiuti i diciott’anni, Julie e Gabrielle vengono mandate presso una scuola di apprendimento delle arti domestiche di Notre Dame, dove Coco apprende le prime armi del cucito. Coco inizia a lavorare come commessa a Moulin, presso il negozio di biancheria e maglieria Maison Grampayre.

            

Lì mette a punto le nozioni di cucito apprese dalle suore di Notre Dame e approfondite con zia Louise. L'incontro con il suo primo amante, Etienne de Balsan rappresenta la prima svolta della sua vita. Chanel incontra Balsan nel 1904. I due si conobbero presso uno dei caffè-concerto di Moulin e Balsan diviene il primo finanziatore di Coco. Figlio di imprenditori tessili, e ufficiale di cavalleria, Balsan invita Chanel a trasferirsi presso il suo castello a Royallieu, nel 1908. La loro storia durò sei anni. Balsan era un appassionato di cavalli e di corse, perciò Chanel si ritrova a passare le sue giornate nelle stalle dei purosangue del suo amante. Impara quindi a cavalcarli, destando l'ammirazione non solo di Balsan, ma anche dei suoi amici. Probabilmente fu proprio la vita equestre che le ispirò successivamente i pantaloni da cavallerizza e le cravattine lavorate a maglia. Nonostante Balsan non comprendesse il desiderio creativo di Chanel e la sua voglia di lavorare, la asseconda permettendole di creare cappelli presso il suo appartamento parigino, in Boulevard Malesherbes. Intorno al 1909, Coco Chanel inizia la sua carriera realizzando cappellini: in un'epoca in cui vigevano cappelli sontuosi ricoperti di piume e impossibili da indossare senza l'elaborata struttura di sostegno, chiamata Pompadur, i cappellini di paglia di Chanel, ornati da semplici fiori in raso o singole piume, destano sorpresa. Presso la residenza del suo primo amante, Chanel incontrò quello che viene considerato l'amore della sua vita, Arthur “Boy” Capel. Boy era un industriale di Newcastle, impegnato nell'esportazione del carbone. A differenza di Balsan, Capel incoraggia e finanzia il lavoro di Chanel. I due andarono a vivere insieme a Parigi, dove Capel le anticipa i soldi per permetterle di aprire la sua boutique al 21 Rue Cambon. Tuttavia Coco non sposa Boy sia a causa del divario sociale che li separava sia poichè Boy mette Chanel davanti ad una decisione:" l'amore della sua vita o il lavoro", mettendola al corrente che avrebbe sposato un'altra donna e lei inconsapevolmente sceglie il lavoro. 

                



Suzanne Orlandi fu la prima a indossare il primo vestito firmato Chanel, un abito in velluto nero ornato da un semplice colletto bianco, proprio perché Coco sosteneva che « […]il nero conteneva tutto. Anche il bianco. Sono d'una bellezza assoluta. È l'accordo perfetto» Il bianco ed il nero non sono gli unici colori utilizzati da Chanel, che impiega nei suoi abiti anche tonalità come il beige, il grigio e il blu marine. Tutto lo stile di Chanel si rifà alla vita comune delle persone che la circondavano, per dare all'abbigliamento quella praticità che la Belle Époque aveva sostituito con bustini, corsetti e impalcature per cappelli. Tuttavia, a detta dei critici e degli intenditori di moda, l'apice della sua creatività è da attribuire ai più fulgidi anni trenta, quando, pur dopo aver inventato i suoi celeberrimi e rivoluzionari "tailleur" (costituiti da giacca maschile e gonna diritta o con pantaloni, appartenuti fino a quel momento all'uomo), impose uno stile sobrio ed elegante dal timbro inconfondibile. In buona sostanza, si può dire che Chanel rimpiazza il vestiario poco pratico della belle èpoque con una moda larga e comoda. Nel 1916, ad esempio, Chanel estende l'uso del jersey (un materiale a maglia molto flessibile), dal suo uso esclusivo per i sottabiti a una grande varietà di tipi di vestiario, inclusi i vestiti semplici in grigio e blu scuro. Questa innovazione fu di così grande successo che "Coco" iniziò ad elaborare le sue celebri fantasie per i tessuti jersey. L'inserimento della maglia lavorata a mano e poi confezionata industrialmente, infatti, rimane una delle novità più sensazionali proposte da Chanel. Inoltre, le bigiotterie in perle, le lunghe catene dorate, l'assemblaggio di pietre vere con gemme false, i cristalli che hanno l'apparenza di diamanti sono accessori indispensabili dell'abbigliamento Chanel e segni riconoscibili della sua griffe. 

Esperti come quelli del sito Creativitalia.it, sostengono: "Troppo spesso si è parlato del suo celebre Tailleur quasi fosse stata una sua invenzione; in realtà Chanel produceva un vestiario di tipo tradizionale che spesso prendeva spunto dal vestiario maschile e che non diventava fuori moda con il cambiare di ogni nuova stagione. L'importanza data ai dettagli e l'uso estensivo di bigiotteria, con combinazioni rivoluzionarie di pietre vere e false, agglomerati di cristalli, e perle sono molti indicativi dello stile di Chanel. All'età di 71 anni, Chanel introdusse nuovamente il "tailleur di Chanel" che consisteva di vari pezzi: un giacca di stile cardigan, con inclusa la sua tipica catenella cucita all'interno, una gonna semplice e comoda, con una camicetta il cui tessuto era coordinato con il tessuto all'interno del tailleur. Questa volta, le gonne erano tagliate più corte e i tailleur erano fatti da un tessuto cardigan ben lavorato. Chanel é singolare nel suo rivoluzionare l'industria della moda e nell'aiutare il percorso delle donne verso l'emancipazione". La stilista aveva lavorato dal 1921 al 1970 in stretta collaborazione con i cosiddetti compositori dei profumi, Ernest Beaux e Henri Robert. Il celeberrimo Chanel N°5 venne creato nel 1921 da Ernest Beaux, e secondo le indicazioni di Coco doveva incarnare un concetto di femminilità senza tempo, unica e affascinante. Il N°5 non fu innovativo soltanto per la struttura della fragranza, ma per la novità del nome e l'essenzialità del flacone. Chanel trovava ridicoli i nomi altisonanti dei profumi dell'epoca, tanto che decise di chiamare la sua fragranza con un numero, perché corrispondeva alla quinta proposta olfattiva che le aveva fatto Ernest.
Indimenticabile poi, la famosa affermazione di Marylin che, sollecitata a confessare come e con quale abbigliamento andasse a letto, confessò: "Con due sole gocce di Chanel N.5", proiettando in questo modo, ulteriormente, il nome della stilista e del suo profumo nella storia del costume.
Il flacone poi, assolutamente all'avanguardia, è divenuto famoso per la sua struttura essenziale e il tappo tagliato come uno smeraldo. Questo "profilo" ebbe un tale successo che, dal 1959, il flacone è esposto al Museo di Arte Moderna di New York.
Coco Chanel, attraverso la moda, rappresenta il nuovo modello femminile che stava sviluppandosi nel 900: una donna dinamica,che lavorava e che non poteva più essere schiava dell'abbigliamento costrittivo della Belle Époque.
« Fino a quel momento avevamo vestito donne inutili, oziose, donne a cui le cameriere dovevano infilare le maniche; invece, avevo ormai una clientela di donne attive; una donna attiva ha bisogno di sentirsi a suo agio nel proprio vestito. Bisogna potersi rimboccare le maniche. »
Chanel diede a quella nuova donna il vestito giusto. Lo stesso famoso vestitino nero sembra proprio ispirato alla divisa delle commesse. La stilista sosteneva che:

«la vera eleganza non può prescindere dalla piena possibilità del libero movimento».

Per l'utilizzo di materiali umili e per l'ispirazione che traeva dalle figure legate alla vita lavorativa, Chanel viene rinominata la regina del genre pauvre, una «“povertà di lusso" molto moderna e snob». Paul Poiret chiamava lo stile di Coco misérbailisme de luxe. La stilista liberò le donne da corsetti e impalcature per cappelli, donando loro abiti comodi, semplici nelle linee per intraprendere una vita quotidiana dinamica.
A partire dal 1913 fino ad arrivare al 1930, Chanel portò la lunghezza delle gonne sotto il ginocchio e abbassò il punto vita, promosse l'utilizzo del jersey e dello stile alla marinara, e per finire introdusse l'utilizzo dei pantaloni femminili. Chanel crea la nuova donna del XX secolo, una donna che afferma la propria femminilità non per contrasto, bensì per paradosso, attraverso la rivisitazione di abiti maschili.

«Prendendo i vestiti maschili e dando loro una piega femminile, Coco diede anche un significante contributo al movimento femminile. […] Non si volle mai descrivere come femminista, ma la sua rivoluzione nel disegno dell'abito femminile […] coincise con l'esplosione del movimento femminista».
Lo scoppio della seconda guerra mondiale impose però un'improvvisa battuta di arresto. Coco è costretta a chiudere la sede di rue de Cambon, lasciando aperto soltanto il negozio per la vendita dei profumi. Negli anni in cui Chanel si assentò dal panorama della moda, si affacciò con le sue stravaganti proposte Christian Dior, che nel 1946
aprì il suo salone a Parigi. La risposta creativa di Dior alla guerra giunse nel 1947, con il suo New Look , che rinviava al passato, al busto della Belle Époque e alle gonne lunghe. Chanel non apprezzerà il recupero dei vecchi canoni e « di Dior dirà che “addobba delle poltrone, non veste delle donne: l'eleganza è ridurre il tutto alla più chic, costosa, raffinata povertà” ». Fu un vestito da ballo realizzato con una tenda di taffetà a segnare il suo ritorno. Nel 1953, Marie-Hélène de Rotschild, figlia di Edmond e Maggy van Zuylen, si apprestava a partecipare al ballo più importante dell'anno con un abito che Chanel definì un «orrore».
Coco si improvvisò sarta e con il tessuto di una tenda cremisi, cucito direttamente sul corpo della giovane donna, realizzò per lei un nuovo vestito. Il giorno dopo, Marie-Hélène disse a Chanel quale scalpore avesse suscitato il suo abito. Nel 1954, ormai settantunenne, Chanel riaprì la sua maison e si ripresentò al suo
pubblico con una nuova collezione, che presentò il 5 febbraio del 1954.
I 30 modelli sfilarono davanti agli occhi di una folla di compratori, fotografi e giornalisti. La prima reazione dei critici francesi fu assolutamente negativa, a causa del ricorrere dei vecchi temi. Ben presto però i consensi iniziarono ad arrivare dall'America e Chanel tornò ancora una volta di moda. Nell'anno del ritorno di Chanel, la stravaganza della Schiaparelli non era più acclamata come agli esordi, e la stilista fu costretta a chiudere.
La proposta di Chanel nell'anno della sua riapertura è il tailleur in tweed, con una gonna che riacquista un poco di lunghezza sotto il ginocchio, la giacca corta e i bottoni dorati. Nel 1955, Mademoiselle ottenne un altro successo, dando vita ad un altro intramontabile accessorio firmato Chanel: la borsetta 2.55. L'innovativo design si ispira, nella pura tradizione Chanel, al guardaroba maschile: per dare volume alla sua pochette, la stilista prese esempio dalle giacche che gli stallieri indossavano agli ippodromi. La borsamatelassé - ovvero trapuntata - presentava l'aggiunta di una tracolla, che consisteva in una catenella di metallo, intrecciata al cuoio.

« Mi sono stancata di dover portare la mia borsa in mano[…] quindi ho aggiunto sottili cinturini, cosicché possa essere usata come una borsa a tracolla. » 

Nel 1957, Christian Dior venne a mancare e lo stesso anno Coco Chanel venne invitata a Dallas per ricevere il Neiman-Marcus Award, l'Oscar della moda.
Nonostante la consacrazione ufficiale Coco «ha negato la sua importanza. Lei era — disse — “Solo una semplice sarta"».
Chanel morì il 10 gennaio 1971 in una camera dell'Hôtel Ritz, all'età di 87 anni. Chanel oltre che un’ottima stilista è stata anche una stratega da paura, una donna fatta di frasi, tra le più celebri: “ la moda passa, lo stile resta” e“ Se sei nato senza ali, non fare mai nulla per impedire loro di crescere”, la donna che portò l’abbronzatura a divenire una moda quotidiana. Ora la maison è sotto il controllo del grande Karl Lagerfeld.