Inghilterra 1749. Una carrozza corre tra le strade di Londra in una notte buia e fredda. All’interno è “abitata” da una bellissima fanciulla dai capelli biondi come l’oro e due occhi verde mare. Il suo nome è Shanna Trahern, figlia di un ricco mercante che possiede un’isola nei Caraibi, Los Camellos, dove vive e dà da vivere a molte persone che lo rispettano e lo considerano una specie di governatore-sovrano. Da quando la moglie lo ha lasciato, parecchi anni prima, Orlan Trahern ha sempre sperato che la figlia si sposasse presto con un gentiluomo e che potesse lasciargli dei nipotini ai quali avrebbe affidato tutta a sua eredità da lui. Shanna però sogna il fatidico principe azzurro che le farà vivere una magica storia d’amore e cerca di sottrarsi al volere del padre. Ignora tutti i gentiluomini che le fanno ossessivamente la corte trovando in ognuno di esse difetti imputabili. Trahern pertanto decide di mandare Shanna a Londra a frequentare l’alta società e a cercarsi un marito adatto a lei, ma le dà tempo un anno, dopodiché, se non torna a casa sposata, provvederà lui a combinarle un matrimonio di convenienza. Shanna però ha un carattere estremamente orgoglioso e si rifiuta di sposare un uomo solo per il capriccio di suo padre, così appena pochi giorni prima la data di scadenza impostagli dal padre, Shanna con l’aiuto del fedele Pitney, la guardia del corpo nonché anche un per ottenere una lista dei condannati a morte della prigione di Newgate e cerca fra di essi un nome che possa avere un legame con la nobiltà. Trova un certo Ruark Deverell Beauchamp, che deve per forza essere imparentato con il marchese di Beauchamp e decide di andare alla prigione a proporgli un patto. Ruark era stato incarcerato tre mesi prima, con l’accusa di avere ucciso una donna che lui avrebbe anche messo incinta e il giudice, senza ascoltare la sua difesa, ha deciso di condannarlo a morte. In realtà Ruark era appena arrivato a Londra dalla Scozia e la donna lo aveva portato nella sua camera in una locanda dove lui si era fermato a riposare e lo aveva fatto addormentare versandogli un sonnifero in una bevanda, per derubarlo. Per circostanze complicate, la donna stessa era stata uccisa da uno sconosciuto e Ruark, trovato su luogo, era stato accusato ingiustamente di essere l’assassino. Di lì a cinque giorni sarebbe stato impiccato e Shanna gli propone il matrimonio: in questo modo lei sarebbe stata subito vedova, con un nome con cui accontentare il padre e Ruark avrebbe potuto passare una giornata fuori dall’orribile cella, prima di morire. Il patto, secondo il desiderio di Ruark, deve comprendere anche la consumazione del matrimonio, ma Shanna non è dell’avviso. Infatti Ruark a causa dei tre mesi chiuso nella prigione non rivela subito alla ragazza i lati positivi del proprio aspetto fisico: la folta barba, i capelli scompigliati, i vestiti miseri e logori lo fanno apparire insignificante agli occhi della bella Shanna. La giovane però si vede costretta ad accettare il patto ma quando i due si incontrano nella parrocchia del villaggio per celebrare il matrimonio pattuito a Shanna appare davanti agli occhi un uomo alto, snello, con i fianchi stretti, le spalle larghe e i muscoli guizzanti con un fare scanzonato ed ironico e un sorriso molto affascinante. Dopo la cerimonia, nella carrozza che dovrebbe riportare indietro il condannato, Ruark tenta di convincere Shanna a rispettare il patto fino in fondo e pretende che lei gli si conceda come una moglie, almeno per una volta prima che lui venga giustiziato. Shanna cerca di resistere ma invano: un inizio di consumazione avviene, ma presto il povero Ruark viene riportato alla realtà e sbattuto violentemente nella sua cella. Quando a Shanna la raggiunge la notizia della sua morte, ella decide di tornare a Los Camellos e dargli la notizia che lei ora è la vedova Beauchamp e ha il diritto di cercarsi un secondo marito secondo i suoi gusti. Ma l’intendente del padre, il perfido Ralston è in combutta con il secondino di Newgate per comprare a basso prezzo gli schiavi per il suo padrone fra i prigionieri per debiti. Ruark è un condannato a morte, ma colpisce l’occhio di Ralston perché con quel fisico sarebbe uno schiavo molto più produttivo degli altri e convince il carceriere a scambiare il cadavere di un vecchio per far credere che il morto impiccato sia realmente Ruark, mentre lui se lo porta via nella stessa nave in cui si è imbarcata Shanna per tornare a casa. Passano solo pochi giorni quando Shanna si imbatte per una strada dell’isola in una schiavo del padre che si rivela essere lo stesso Ruark. Il suo non-defunto marito ha cambiato il suo nome in John Ruark e si rivela uno schiavo in carriera, perché ha mille idee su come migliorare i metodi di irrigazione, coltivazione, utilizzo delle materie prime: sa progettare macchinari per macinare, distillare, razionalizzare i lavoro nei campi. Orlan Trahern è affascinato dall’abilità dello schiavo (non essendo a conoscenza del piano della figlia) e pian piano gli concede numerose libertà e benefici, aumentandogli notevolmente il salario e permettendogli di frequentare casa sua come fosse uno di famiglia. Per Shanna si fa sempre più difficile mantenere il segreto tanto più che Ruark sembra esercitare una forte attrazione per la ragazza che arriva a concedersi a lui più volte. Ruark farà qualunque cosa e sopporterà le peggiori ripicche di Shanna, avendo molta pazienza ogni volta che lei lo ricaccerà indietro dopo avergli dato l’illusione di cedere un po’. Infatti Ruark è pur sempre uno schiavo e l’uomo che Shanna sogna di avere al suo fianco è un ricco nobiluomo. Quando però Shanna sembra essersi avvicinata a Ruark ecco che si sente tradita da quest’ultimo perché si è rifugiato tra le vesti di un’altra donna perciò chiede a Pitney di sbarazzarsi di lui. Ruark viene quindi catturato dai pirati i quali attaccheranno Los Camellos per rubare del denaro e rapire la stessa Shanna. I due si ritrovano soli a dover ideare un piano di fuga per poter tornare a Los Camellos. Durante la loro permanenza a Los Camellos Shanna si rende conta di aver estremamente bisogno che Ruark gli stia accanto, di sentire la sua presenza vicina, sente il bisogno delle sue forti braccia che la cingono e la proteggono da tutto e tutti. Si rende conto di amalo profondamente e decide di amarlo come una buona moglie dovrebbe fare. Una volta ritornati a Los Camellos Orlan Trahern insieme alla figlia, a Ruark, il “nobile” Sir Billinsgham e Ralston vengono invitati nelle terre del capitola Nathaniel Beauchamp dove Shanna verrà a conoscenza della famiglia di Ruark e dove dopo numerose faccende complicate l’amore dei due protagonisti trionferà e vivranno felici e contenti con i loro bambini.
4/5
mercoledì 20 febbraio 2013
Recensione "Io sono di legno" - Giulia Carcasi
“Vedi nella storia di ogni persona c’è una diga. Da una parte, l’acqua che cresce e scalcia ed è energia. Oltre lo sbarramento, la terraferma. Tu di me sai la terraferma. E allora ti racconto l’acqua che non ha visto”.
Giulia è una madre. Aspetta il ritorno di sua figlia, una domenica mattina, all’alba. Cerca di immaginare il suo sabato sera, con gli amici, i ragazzi, la musica, ma quando Mia torna, il mascara che lascia scivolare sul suo viso, è chiusa alle parole. E’ chiusa ai racconti, alle confessioni. E Giulia ha paura. Vorrebbe comunicare con lei, aprirsi e aprirla al dialogo ma non trova le parole adatte. Il suo bisogno di conoscere sua figlia, di insinuarsi tra i suoi pensieri e le sue emozioni la porta a leggere il suo diario segreto. In Giulia scatta qualcosa. Decide di raccontarsi alla figlia. La figlia che la vede come la terraferma, così concreta. Decide di raccontare di una madre non del tutto estranea al suo mondo. Una madre che nella sua vita è stata pioggia, di una madre che ha amato, ha sofferto, che non ha mai avuto il permesso di scegliere la sua vita. Sua figlia no. Si sente diversa. Mia: un nome corto e scelto per un solo motivo espressamente egoistico: crescere libera, schiava di nessuno. Rabbiosa, si ritiene incapace di amare. Giulia invece le racconterà tutto: gli errori inconfessabili di una madre che è stata anche ragazza, che è molto più simile a Mia di quanto entrambe possano credere. Scrive perché spera che leggendo i suoi errori sua figlia possa evitarli. O magari ne farà di nuovi. Viene a galla il passato di una donna ferma, di legno, un passato fatto di cicatrici, ferite ma anche incontri dolci, incontri che le hanno insegnato ad amare ad avere coraggio.
Io sono di legno, secondo romanzo di Giulia Carcasi, prosegue in un’ alternanza tra i pensieri di Mia e le confessioni di Giulia. Un alternarsi di brevi pensieri, frasi ad effetto che riescono a giungere nel cuore del lettore e ad aprirsi un varco per poi depositarsi su una zona morbida e comoda, difficile da lasciare. Due voci solitarie, perse e lontane che cercano di avvicinarsi, di stabilire un contatto, sfiorarsi. Due voci che dietro l’apparenza di anaffettività, di stabilità, dietro l’armatura in legno dietro le quali credono di nascondersi, celano una storia sofferta, fatta di silenzi e rimpianti.
Grandi emozioni sono racchiuse all’interno di questo libro. Mi rivedo in Giulia, nei suoi silenzi e nella sua incomprensione. Mi rivedo in Mia rabbiosa e chiusa al dialogo. Ritmo incalzante e lontano dalla noia. Un lessico diretto, semplice e profondo, giusto per un piccolo libro. Piccolo, breve, sì. Ma brevità non significa banalità.
4/5
Giulia è una madre. Aspetta il ritorno di sua figlia, una domenica mattina, all’alba. Cerca di immaginare il suo sabato sera, con gli amici, i ragazzi, la musica, ma quando Mia torna, il mascara che lascia scivolare sul suo viso, è chiusa alle parole. E’ chiusa ai racconti, alle confessioni. E Giulia ha paura. Vorrebbe comunicare con lei, aprirsi e aprirla al dialogo ma non trova le parole adatte. Il suo bisogno di conoscere sua figlia, di insinuarsi tra i suoi pensieri e le sue emozioni la porta a leggere il suo diario segreto. In Giulia scatta qualcosa. Decide di raccontarsi alla figlia. La figlia che la vede come la terraferma, così concreta. Decide di raccontare di una madre non del tutto estranea al suo mondo. Una madre che nella sua vita è stata pioggia, di una madre che ha amato, ha sofferto, che non ha mai avuto il permesso di scegliere la sua vita. Sua figlia no. Si sente diversa. Mia: un nome corto e scelto per un solo motivo espressamente egoistico: crescere libera, schiava di nessuno. Rabbiosa, si ritiene incapace di amare. Giulia invece le racconterà tutto: gli errori inconfessabili di una madre che è stata anche ragazza, che è molto più simile a Mia di quanto entrambe possano credere. Scrive perché spera che leggendo i suoi errori sua figlia possa evitarli. O magari ne farà di nuovi. Viene a galla il passato di una donna ferma, di legno, un passato fatto di cicatrici, ferite ma anche incontri dolci, incontri che le hanno insegnato ad amare ad avere coraggio.
Io sono di legno, secondo romanzo di Giulia Carcasi, prosegue in un’ alternanza tra i pensieri di Mia e le confessioni di Giulia. Un alternarsi di brevi pensieri, frasi ad effetto che riescono a giungere nel cuore del lettore e ad aprirsi un varco per poi depositarsi su una zona morbida e comoda, difficile da lasciare. Due voci solitarie, perse e lontane che cercano di avvicinarsi, di stabilire un contatto, sfiorarsi. Due voci che dietro l’apparenza di anaffettività, di stabilità, dietro l’armatura in legno dietro le quali credono di nascondersi, celano una storia sofferta, fatta di silenzi e rimpianti.
Grandi emozioni sono racchiuse all’interno di questo libro. Mi rivedo in Giulia, nei suoi silenzi e nella sua incomprensione. Mi rivedo in Mia rabbiosa e chiusa al dialogo. Ritmo incalzante e lontano dalla noia. Un lessico diretto, semplice e profondo, giusto per un piccolo libro. Piccolo, breve, sì. Ma brevità non significa banalità.
4/5
Recensione "Il grande Inverno" - George R.R. Martin
Caro signor Martin mi ascolti un attimo. Lei mi piace, e molto anche. Mi piace il suo stile, mi piace la sua “morale” e amo la sua testa. Sì proprio quella dalla quale ha tirato fuori questo capolavoro. La storia di questa saga è a dir poco brillante..Epica direi. I personaggi sono minuziosamente tratteggiati con grande maestria ed eccellenza. Le ambientazioni, da togliere il respiro. Ho capito, Lei è un genio. Però adesso cerchiamo di mantenere questa stima che io provo per lei. Avevo già sentito dire che lei ha una certa psicopatica mania di uccidere tutti i personaggi della storia, però cerchi di fare una scelta ben accurata. Mi spiego meglio. Eddard Stark. Ha presente, vero, il Lord di Grande Inverno, padre di sei figli, marito, uomo d’onore, valore, coraggio e fin troppa bontà e cieca fiducia? E se lo ricorda mi spiega a cosa pensava mentre scriveva della sua morte? Ora io non vorrei mica criticare il suo operato, non mi permetterei mai. Ma non posso continuare a leggere “Le Cronache del ghiaccio e del fuoco” senza Ned Stark. Non riuscirò più a leggerlo con lo stesso entusiasmo (ok non è vero, tra un po’ mi passerà..almeno un po’). So già che non ascolterà le mie preghiere e farà fuori moooolti personaggi, però ci tenevo comunque a esprimere il mio rammarico per la perdita di uno dei miei personaggi preferiti, per ora. Comunque grazie per avermi dedicato un minuto del suo prezioso tempo.
Con affetto,
sua già affezionata fan.
Ebbene sono arrivata al secondo volume di questa saga e aspetto con ansia il terzo. Inutile dire che me ne sono a dir poco innamorata e che non riesco a farne a meno. La storia si fa sempre più interessante, una prima battaglia ha già avuto inizio e non si può non stare in ansia leggendo le pagine in cui vengono descritti gli scontri. I personaggi sono in continua evoluzione ed è particolarmente facile affezionarsi ad essi. Il vero punto di forza di questa saga, oserei dire, sono i personaggi stessi. Molti sono ahimè usciti dalle “scene” e molti sembrano assumere un ruolo sempre più importante. Alcuni luoghi sono così misteriosi da bloccarti il respiro dentro e il clangore d’armi, le lucenti armature, i possenti destrieri e i cavalieri che li cavalcano, le spade che si scontrano, le asce che vorticano in aria, tutto sembra ricondurre alla tradizione epica. Giustamente condito con scene di violenza, sesso e dettagli macabri. Anche in questo romanzo lo stile è versatile, il ritmo della narrazione è incalzante e mai prolisso. Non ci si annoia mai.
Ho poco da dire, il libro si commenta solo. Posso solo consigliarlo, nient’altro.
5/5
Con affetto,
sua già affezionata fan.
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| Eddard Stark nella Serie TV "Il trono di spade" |
Ho poco da dire, il libro si commenta solo. Posso solo consigliarlo, nient’altro.
5/5
Recensione "Il trono di spade" - George R.R. Martin
Primo volume della saga Cronache del ghiaccio e del fuoco. Lasciamo da parte la trovata, del tutto illogica, da parte della Mondadori di dividere il primo volume della serie in due volumi separati e quindi il “finale” che non è neanche tale, questo libro si sta rivelando, nel proseguire la lettura, estremamente piacevole, avvincente e appassionante. Dire che non riesco a staccare gli occhi dalle pagine è poco. I miei pensieri sono fissi verso questo libro, verso tutto le avventure narrate e verso i personaggi che una volta entrati dentro non escono con molta facilità.
Devo ammettere che le prime 30 pagine sono abbastanza difficoltose. Si fatica a entrare nella storia, a collegare ciascuno alle proprie casate, con i proprio motti e i propri stendardi. Dietro ogni casata si nasconde una storia risalente a migliaia di anni, con nomi pressoché simili per tanto difficile tra ricordare e collegare in seguito. Ma una volta superata la montagna il viaggio prosegue tutto in discesa, la storia scorre sotto gli occhi come fosse acqua in un ruscello, i luoghi ormai esplorati sono come la propria casa e i personaggi rimangono talmente impressi nella mente che è ormai difficile confonderli tra loro. La storia prosegue in un alternarsi tra i vari personaggi. Ogni capitolo si concentra su un personaggio in particolare permettendo al lettore di un avere un quadro più chiaro della vicenda, analizzando il parere di ogni singolo personaggio e lasciando al lettore la libertà di scegliere cosa è giusto e cosa no, a chi va la ragione e a chi no.
I personaggi che in questo primo volume mi sono sembrati più efficaci sono quelli di Tyrion Lannister, Jon Snow e senza dubbio Eddard Stark. Tyrion, il nano, figlio di Lord Tywin Lannister e fratello della regina, l’uomo che ha imparato a vivere con la sua deformità, ha superato le derisioni e i pregiudizi a cui era soggetto e ha fatto, della due deformazione la sua forza. Personaggio divertente, ambiguo, sottile, di cui non vi stancherete di seguire le evoluzioni e di cui non potrete fare a meno di chiedervi da che parte stia veramente. Jon Snow, figlio illegittimo di Eddard Stark spicca per l’intraprendenza, il coraggio e l’altruismo. E infine Eddard Stark, il lord di Grande Inverno, Primo cavaliere del Re, uomo d’onore, coraggio e lealtà. Ma il racconto non si limita a questi tre personaggi: anzi il lettore potrà scegliere da sé a chi affidare la propria lealtà e la propria fiducia.
Questo volume non fa comunque considerato come un vero e proprio fantasy. Si tratta più che altro di uno “storico” a sfondo epico e dalle ambientazioni un po’ più in reali, in un altro luogo o in un altro tempo. Questo libro risolta molto più credibile e verosimile rispetto ad un Hunger Games, ad esempio. Lo scrittore ricrea un’atmosfera medievale del tutto plausibile, coi suoi tornei, le rivalità tra dinastie, i figli illegittimi e quelli legittimi, gli addestramenti. Ma ciò che colpisce soprattutto è il ritmo della narrazione, incalzante e mai prolissa, nessuna inutile lungaggine, essenzialità delle sequenze, efficacia degli accostamenti cromatici. Possiamo accostarlo a “I pilastri della Terra” di Follet, se vogliamo collocarlo in un genere specifico.
Inutile ripetere che sono decisamente entusiasta dell’inizio di questa saga e spero solo che Martin, visto i numerosi volumi di questa saga, non perda in ritmo con il quale ha realizzato questo primo volume. La noia e il sonno non hanno potere su questo romanzo e ciò è decisamente un buon segno. Finito questo libro sono subito andata ad acquistare il secondo nonostante avessi già altro da leggere, e sono già a metà libro di quest’ultimo. Che dire un vera scoperta, avevo proprio bisogno di un libro che mi affascinasse tanto e mi sconvolgesse a tal punto. Non resta che vedere come prosegue la narrazione e sperare in un qualcosa che sia sempre meglio.
5/5
Devo ammettere che le prime 30 pagine sono abbastanza difficoltose. Si fatica a entrare nella storia, a collegare ciascuno alle proprie casate, con i proprio motti e i propri stendardi. Dietro ogni casata si nasconde una storia risalente a migliaia di anni, con nomi pressoché simili per tanto difficile tra ricordare e collegare in seguito. Ma una volta superata la montagna il viaggio prosegue tutto in discesa, la storia scorre sotto gli occhi come fosse acqua in un ruscello, i luoghi ormai esplorati sono come la propria casa e i personaggi rimangono talmente impressi nella mente che è ormai difficile confonderli tra loro. La storia prosegue in un alternarsi tra i vari personaggi. Ogni capitolo si concentra su un personaggio in particolare permettendo al lettore di un avere un quadro più chiaro della vicenda, analizzando il parere di ogni singolo personaggio e lasciando al lettore la libertà di scegliere cosa è giusto e cosa no, a chi va la ragione e a chi no.
I personaggi che in questo primo volume mi sono sembrati più efficaci sono quelli di Tyrion Lannister, Jon Snow e senza dubbio Eddard Stark. Tyrion, il nano, figlio di Lord Tywin Lannister e fratello della regina, l’uomo che ha imparato a vivere con la sua deformità, ha superato le derisioni e i pregiudizi a cui era soggetto e ha fatto, della due deformazione la sua forza. Personaggio divertente, ambiguo, sottile, di cui non vi stancherete di seguire le evoluzioni e di cui non potrete fare a meno di chiedervi da che parte stia veramente. Jon Snow, figlio illegittimo di Eddard Stark spicca per l’intraprendenza, il coraggio e l’altruismo. E infine Eddard Stark, il lord di Grande Inverno, Primo cavaliere del Re, uomo d’onore, coraggio e lealtà. Ma il racconto non si limita a questi tre personaggi: anzi il lettore potrà scegliere da sé a chi affidare la propria lealtà e la propria fiducia.
Questo volume non fa comunque considerato come un vero e proprio fantasy. Si tratta più che altro di uno “storico” a sfondo epico e dalle ambientazioni un po’ più in reali, in un altro luogo o in un altro tempo. Questo libro risolta molto più credibile e verosimile rispetto ad un Hunger Games, ad esempio. Lo scrittore ricrea un’atmosfera medievale del tutto plausibile, coi suoi tornei, le rivalità tra dinastie, i figli illegittimi e quelli legittimi, gli addestramenti. Ma ciò che colpisce soprattutto è il ritmo della narrazione, incalzante e mai prolissa, nessuna inutile lungaggine, essenzialità delle sequenze, efficacia degli accostamenti cromatici. Possiamo accostarlo a “I pilastri della Terra” di Follet, se vogliamo collocarlo in un genere specifico.
Inutile ripetere che sono decisamente entusiasta dell’inizio di questa saga e spero solo che Martin, visto i numerosi volumi di questa saga, non perda in ritmo con il quale ha realizzato questo primo volume. La noia e il sonno non hanno potere su questo romanzo e ciò è decisamente un buon segno. Finito questo libro sono subito andata ad acquistare il secondo nonostante avessi già altro da leggere, e sono già a metà libro di quest’ultimo. Che dire un vera scoperta, avevo proprio bisogno di un libro che mi affascinasse tanto e mi sconvolgesse a tal punto. Non resta che vedere come prosegue la narrazione e sperare in un qualcosa che sia sempre meglio.
5/5
Recensione "Les Miserables"
Miei carissimi lettori, come state? Purtroppo è passato molto tempo dall'ultima volta che ho pubblicato un post, ma gli impegni di studio richiedono la mia massima attenzione. Ma per farmi perdonare vengo a parlarvi del film più bello che abbia visto negli ultimi tempi, ovvero Les Miserables.
1815. Libertà, uguaglianza e fratellanza sono naufragati a termine della Rivoluzione francese. Luigi XVI viene ghigliottinato, ma un altro sovrano succede ad esso. Siamo a Parigi. Su un malconcio tricolore in mare si apre Les Misérables, film in forma di musical, diretto da Tom Hooper, premio Oscar per il ‘Discorso del Re’, e tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo. L’ormai nota, brillante e acclamata regia di Hooper riprende fedelmente il musical del 1980 di Claude-Michel Schonberg e Alain Boublil. A teatro l’opera è interamente cantata in ogni suo minuto e così accade in questa nuova pellicola. Il canto predomina su l’intero film alternato da piccole battute fatte di monosillabi, per un effetto, sicuramente impegnativo, ma maggiormente coinvolgente e allo stesso tempo commovente. Nella scena d’apertura assistiamo ad un irriconoscibile Hugh Jackman nei panni del protagonista Jean Valjean. Una scena visivamente eccezionale accompagnata da una canzone musicalmente e testualmente magistrale. Parte del merito va sicuramente alle doti canore di Jackman, già consumato attore di musical. Scelta decisamente perfetta quella di far interpretare Valjean a Jackman che aderisce totalmente e con ardore e passione alla parte del personaggio. Ciò che trasforma ‘Les Misérables’ in un vero capolavoro è proprio la decisione, certamente azzardata ma più che soddisfacente, di non usare il supporto del playback: sì, perché a differenza dei musical precedenti in cui si registravano le musica in studio per poi sovrapporle alla scena, in ‘Les Misérables’ è il cast a farsi interprete delle bellissime canzoni che adornano questo musical. Per la prima volta in un musical appare Russel Crowe
particolarmente intenso nei panni di un ossessionato e tormentato Jarvet. La sua prestazione canore tocca alti livelli tale che quando è in scena è molto difficile distogliere l’attenzione dal suo personaggio per concentrarlo altrove.
Segue, non di certo per inferiorità, candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista Anne Hathaway, che nella sua performance ‘I dreamed a dream’, ci regala alcuni commoventi minuti. La Hathaway interpreta i panni della sfortunata Fantine, giovane madre con una figlia a cui badare che finisce per prostituirsi per amore della sua piccola Cosette. Sognava un mondo diverso dall’inferno in cui si trova a vivere sperando ancora che il padre di Cosette, che ha talmente amato, torni da lei a vivere come una famiglia. Sicuramente il personaggio più profondo da strapparti qualche lacrima.
Vediamo poi la coppia Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen, già insieme in ‘Sweeny Todd’ film di Tim Burton, che interpretano dei perfidi locandieri cinici e senza scrupoli ai quali è stata affidata la tutela di Cosette.
1815. Libertà, uguaglianza e fratellanza sono naufragati a termine della Rivoluzione francese. Luigi XVI viene ghigliottinato, ma un altro sovrano succede ad esso. Siamo a Parigi. Su un malconcio tricolore in mare si apre Les Misérables, film in forma di musical, diretto da Tom Hooper, premio Oscar per il ‘Discorso del Re’, e tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo. L’ormai nota, brillante e acclamata regia di Hooper riprende fedelmente il musical del 1980 di Claude-Michel Schonberg e Alain Boublil. A teatro l’opera è interamente cantata in ogni suo minuto e così accade in questa nuova pellicola. Il canto predomina su l’intero film alternato da piccole battute fatte di monosillabi, per un effetto, sicuramente impegnativo, ma maggiormente coinvolgente e allo stesso tempo commovente. Nella scena d’apertura assistiamo ad un irriconoscibile Hugh Jackman nei panni del protagonista Jean Valjean. Una scena visivamente eccezionale accompagnata da una canzone musicalmente e testualmente magistrale. Parte del merito va sicuramente alle doti canore di Jackman, già consumato attore di musical. Scelta decisamente perfetta quella di far interpretare Valjean a Jackman che aderisce totalmente e con ardore e passione alla parte del personaggio. Ciò che trasforma ‘Les Misérables’ in un vero capolavoro è proprio la decisione, certamente azzardata ma più che soddisfacente, di non usare il supporto del playback: sì, perché a differenza dei musical precedenti in cui si registravano le musica in studio per poi sovrapporle alla scena, in ‘Les Misérables’ è il cast a farsi interprete delle bellissime canzoni che adornano questo musical. Per la prima volta in un musical appare Russel Croweparticolarmente intenso nei panni di un ossessionato e tormentato Jarvet. La sua prestazione canore tocca alti livelli tale che quando è in scena è molto difficile distogliere l’attenzione dal suo personaggio per concentrarlo altrove.
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| Russel Crowe in 'Jarvet'' |
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| Anne Hathaway in 'Fantine' |
Segue, non di certo per inferiorità, candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista Anne Hathaway, che nella sua performance ‘I dreamed a dream’, ci regala alcuni commoventi minuti. La Hathaway interpreta i panni della sfortunata Fantine, giovane madre con una figlia a cui badare che finisce per prostituirsi per amore della sua piccola Cosette. Sognava un mondo diverso dall’inferno in cui si trova a vivere sperando ancora che il padre di Cosette, che ha talmente amato, torni da lei a vivere come una famiglia. Sicuramente il personaggio più profondo da strapparti qualche lacrima.
Vediamo poi la coppia Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen, già insieme in ‘Sweeny Todd’ film di Tim Burton, che interpretano dei perfidi locandieri cinici e senza scrupoli ai quali è stata affidata la tutela di Cosette.
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| Helena Boham Carter e Sacha Caron Cohen |
In un musical molto commovente e emozionante come Les Misérables, a loro due sono affidati gli unici momenti grotteschi di tutto il film. Va ricordato che il film non poggia esclusivamente sull’interpretazioni di questi volti noti: Molto azzeccati anche i comprimari, su tutti Eddie Redmayne nel ruolo del giovane rivoluzionario Marius e l'esordiente Samantha Barks nei panni della dolce Eponine; decisamente lodevole la sua interpretazione canora dell’altrettanto commovente ‘On my Own’. Tom Hooper mette in scena un film fatto principalmente di primi piani, ognuno diverso dall’altro grazie a una messa in quadro obliqua, scentrata, attenta a stagliare i volti sugli sfondi o a incorniciarli tra gli elementi della scenografia. Il che da origine ad un’intensità tangibile. Una produzione sontuosa attraversato da un contagioso slancio rivoluzionario. Molti critici l’hanno fortemente criticato per la lunga durata molto vicina alle tre ore che sembra aver annoiato un po’ il pubblico nella parte centrale della pellicola. Mi permetto di dissentire da questa affermazione: una minore durata del film l’avrebbe senz’altro reso povero ed estremamente sintetico, se si considera la mole e l’intensità del romanzo. Les Misérables è un musical di indubbio spessore e una tenuta emotiva impressionante. Senz'altro uno dei migliori prodotti del genere sfornati negli ultimi dieci anni.
5/5
5/5
sabato 10 novembre 2012
Viaggio della settimana: "Firenze"
Buon pomeriggio miei carissimi lettori.
Prima di iniziare il nostro viaggio chiedo venia per aver saltato il nostro appuntamento della settimana scorsa ma non ho potuto fare altrimenti. Quindi per farmi perdonare, questa settimana visiteremo una delle più belle (forse la PIU' bella) città italiane: Firenze, e specificamente torneremo al Rinascimento. Quindi preparate i bagagli perchè si parte.
Firenze, la città artistica per eccellenza ma anche il luogo che ha visto la nascita di personaggi di un certo calibro quali Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Machiavelli e Galileo Galilei. Il Quattrocento è per la città di Firenze, un secolo di grande ripresa, sia economica che culturale. E' principalmente la città di Firenze che da vita a questi nuovi impulsi, esprimendo il concetto di rinascita, di rinnovamento dell'arte, che darà vita al Rinascimento. La città diventa il fulcro di questo movimento culturale. Il movimento appare strettamente connesso con la nuova borghesia fiorentina, e proprio la nuova classe, costituita dalle famiglie dei Pitti, dei Rucellai, dei Medici, degli Strozzi, diventa promotrice della nuova cultura e del nuovo gusto architettonico. ![]() |
| Lorenzo de Medici |
Possiamo considerare la famiglia dei Medici come la più attiva e la prima ad accogliere questa nuova cultura tra le mura di Firenze; prima Cosimo il Vecchio, poi Lorenzo il Magnifico, con la collaborazione di altri artisti e filosofi mettono a punto una concezione dell' uomo che esprima i desideri della nuova Signoria. Nell'ambito della cultura fiorentina del Rinascimento, Cosimo il Vecchio, che era a capo di questo grande movimento di rinnovamento, proteggendo gli artisti, incoraggia le iniziative edilizie e artistiche utili alla città. Grande fervore si ebbe in campo letterario, con Poggio Bracciolini, Coluccio Salutati; in campo filosofico, con Marsilio Ficino che rinnova l'Accademia Platonica a Careggi; nell'architettura troviamo, Filippo Brunelleschi, Michelozzo Michelozzi, Leon Battista Alberti, Bernardo Rossellino, Giuliano da San Gallo. Principale stimolo di questo lavoro è lo studio dell' arte, della cultura e della filosofia greca e romana, che veniva studiata in modo scientifico. Usando le tecniche tradizionali e fondendole con una nuova coscienza, l'artista rinascimentale lavora unendo la conoscenza scientifica all'arte. Natura e arte, diventano due fattori determinanti; la prospettiva diventa strumento fondamentale di conoscenza per misurare e riprodurre la realtà. Questi nuovi studi daranno splendidi risultati nel campo della pittura della scultura e dell'architettura.
Nel campo dell'architettura i nuovi studi trovano risposta negli artisti
come Donatello, Masaccio e Brunelleschi. Il capolavoro di quest'ultimo è
la Cupola di S. Maria del Fiore, che riassume in modo completo la sua
attività.
![]() |
| Duomo di Firenze |
![]() | ||||||||||
| Affreschi interni alla cupola |
In ambito artistico entrano in scena pittori quali Da Vinci con "La Dama con l'ermellino" (dipinto a olio su tavola databile al 1488-1490), "La Gioconda" (1503-1514), "l'ultima cena" (1494-1498).

Ma il mio preferito in assoluto rimane Botticelli con il suo dipinto "La nascita di Venere" (1477-1485).
Per quanto riguarda l'interpretazione, la scena rappresenterebbe il momento appena precedente a quello della Primaveracioè quello dell'approdo dopo la nascita dalla spuma del mare alle coste dell'Isola di Cipro, sospinta dall'unione dei venti Zefiro e Aura, e accolta da una delle Ore che le sta stendendo un ricco mantello intessuto di fiori addosso. La figura della dea, rappresentata nella posa di Venus pudica è la personificazione della Venere celeste, simbolo di purezza, semplicità e bellezza disadorna dell'anima.
E ricordiamo anche "Pallade e il centauro" (1482-1483) la scena potrebbe essere considerata come l'Allegoria della Ragione, di cui è simbolo la dea che vince sull'istintualità raffigurata dal centauro, creatura mitologica per metà uomo e per metà bestia. È stata però proposta anche un'altra lettura in chiave politica del dipinto, che rappresenterebbe sempre in modo simbolico l'azione diplomatica svolta da Lorenzo il Magnifico in quegli anni, impegnato a negoziare una pace separata con il Regno di Napoli per scongiurare la sua adesione alla lega antifiorentina promossa da Sisto IV; in questo caso, il centauro sarebbe Roma e la dea la personificazione di Firenze.
Anche per questa settimana il nostro viaggio termina qui. Spero che continuerete a seguire la rubrica (in collaborazione con Alla Fine del Sogno). In tal caso a presto.
Per saperne di più...
"Tu vipera gentile" di Maria Bellonci edito da Mondadori.
"Rinascimento privato" di Maria Bellonci edito da Mondadori
"segreti di Gonzaga" di Maria Bellonci edito da Mondadori
"Quattrocento" di Susana Fortes edito da Nord
lunedì 5 novembre 2012
Recensione "Bright Star"
Due cuori si toccano. Due animi s’incontrano. Due giovani si amano. Si amano e si completano vicendevolmente così come fanno due pezzi di puzzle, una volta trovato il compagno, s’incastrano e si uniscono in un'unica immagine. Quest'unione è fatta di amore, poesia, condivisione e dolore, ma indissolubile. Finché Colei che a sé tutto chiama, che tutto vuole e tutto ottiene, decide di portare con sé, nel suo regno di dolore e buio dove anche la notte non è più rischiarata dall'argentea luce delle stelle, il cuore e l’anima di un giovane che non può opporsi alla suo volontà. Ma essa si è sbagliata. Perché non ha fatto i conti con Eros, sempre lì a scagliare le sue potenti frecce su noi piccoli e indifesi esseri umani, che non siamo nulla in confronto alla sua grandezza; tale da sfidare anche la Morte e vincerla.
Bright Star, il cui titolo si rifà ad una delle odi del poeta, è diretto e sceneggiato dalla neozelandese Jane Campion e possiede tutte le qualità per appassionare ed emozionare gli spettatori. Il film si apre con la ripresa di un ago che scorre lungo un tessuto di un colore grigio-azzurro, in quella che è l’unica libertà concessa a Fanny, vittima delle convenzioni della società ottocentesca, che richiama l’ immagine della donna che vive in continua attesa di un buon partito con cui potersi accasare e continuare la sua vita ad accudire i figli e governare una casa. Ed è proprio in base a questo concetto di donna monocromatica che la regista dà vita alla storia dei due amanti. Due mondi apparentemente opposti, lui poeta meditabondo, solitario e malinconico, lei giovane donna briosa e vitale, ancora nel fiore dei suoi anni più belli. Eppure le loro vite si incontrano a metà strada, tra la prosa e la poesia che una volta fuse danno origine a una cosa sola. Con la massima cura per il dettaglio cromatico (le distese di lavanda blu e giacinti violacei) in una natura che sembra racchiudere i protagonisti in una dimensione fatta di luce e colore, di vita e spensieratezza, la Campion riprende i toni elegiaci di un amore dolce, tenero, profondo e casto. L’opera della Campion non è solo un poema o una ballata ma un vero e proprio quadro vivente in cui i colori, i paesaggi, le scene di vita campestre e le varie inquadrature richiamano alla mente la pittura degli impressionisti. Inoltre la regista porta con ambizione sullo schermo la poesia di Keats, il suo romanticismo non fine a se stesso ma etico, il suo amore per il paesaggio, il suo farsi assorbire dalle passioni fino all’estasi, alla negazione di se stessi. La pellicola è ricca di scene suggestive fatte di piccoli gesti, piccole e dolci carezze, profondi sguardi, mani che si intrecciano e candidi e innocenti baci; le passeggiate lungo i viottoli, i rossori di Fanny, la scena in cui, stesi nel letto uno di fronte l’altro realizzano un loro futuro immaginario, lontano dalla realtà che li circonda e che sembra solo volerli separare. La regista infatti sembra voler tutelare i suoi protagonisti, chiuderli dentro una tela, tanto spessa così che possa emarginarli e proteggerli dalla realtà, ma non abbastanza resistenti da impedire alla realtà di penetrarvi.
Con grande maestria ed passione Campion torna sullo schermo a regalarci un ritratto della prosaica Fanny che fu il sogno di John Keats e alla quale dedicò una poesia Bright Star ovvero stella lucente. Un film che con sobrietà ed accuratezza mostra uno spiraglio di luce nei confronti del genio poetico che fu John Keats. Piangerete magari. Io l’ho fatto. Ma lasciatevi rubare solo due orette del vostro tempo, non ve ne pentirete.
Oh fossi come te, lucente stella,
costante - non sospeso in solitario
splendore in alto nella notte, e spiando,
con le palpebre schiuse eternamente
come eremita paziente ed insonne
della natura, le mobili acque
nel loro compito sacerdotale
di pura abluzione intorno ai lidi
umani della terra, o rimirando
la maschera di nuova neve che
sofficemente cadde sopra i monti
e sopra le brughiere, no - ma sempre
costante ed immutabile posare
il capo sul bel seno maturante
del mio amore e sentire eternamente
il suo dolce abbassarsi e sollevarsi,
per sempre desto in una dolce ansia,
sempre udire il suo tenero respiro
e vivere cosi perennemente -
o svenire altrimenti nella morte
(Bright star- John Keats)
costante - non sospeso in solitario
splendore in alto nella notte, e spiando,
con le palpebre schiuse eternamente
come eremita paziente ed insonne
della natura, le mobili acque
nel loro compito sacerdotale
di pura abluzione intorno ai lidi
umani della terra, o rimirando
la maschera di nuova neve che
sofficemente cadde sopra i monti
e sopra le brughiere, no - ma sempre
costante ed immutabile posare
il capo sul bel seno maturante
del mio amore e sentire eternamente
il suo dolce abbassarsi e sollevarsi,
per sempre desto in una dolce ansia,
sempre udire il suo tenero respiro
e vivere cosi perennemente -
o svenire altrimenti nella morte
(Bright star- John Keats)
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